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- Gilgamesh
o lEroe Lungo la Via del Sole
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- di
Renzo Baldini
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- Tavoletta
proveniente dalla Biblioteca
- di Ninive
e appartenente all'Epopea di
- Gilgamesh
(il "Diluvio").
- British Museum,
Londra
La
più antica storia che ci è pervenuta dal passato
è lEPOPEA DI GILGAMESH, databile al terzo millennio
a.C. Siamo nella Terra tra i Due Fiumi, appunto la Mesopotamia.
Nella seconda metà del secolo scorso, continuando gli
scavi che avevano portato alla luce gli stupendi palazzi di Ninive,
lantica capitale dellimpero Assiro, due archeologi,
Sir Austen Layard e il suo assistente Hormuzd Rassam, quasi per
caso notarono due vani annessi al palazzo; lì vi trovarono
la biblioteca del re Assurbanipal III (668-627 a.C.), e in essa
20.000 testi su argilla che trattavano di matematica, astronomia,
medicina, filosofia, e insieme ad essi 12 massicce tavole dargilla
che narravano le gesta di un uomo vissuto prima e dopo la grande
catastrofe di un diluvio, GILGAMESH, quinto re della città
di Uruk, la più grande città della Babilonia meridionale.
La biblioteca di Ninive aveva restituito allumanità
non solo la prima grande epopea della storia del mondo, ma addirittura
una più antica versione del Diluvio di quella descritta
nella Bibbia!
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- La vicenda si divide
in vari episodi: lincontro di Gilgamesh con Enkidu, che
diventa suo amico; un viaggio nella foresta per uccidere un mostro;
il disprezzo per una dea; la morte del compagno; la ricerca dellimmortalità.
Questa storia, come ci dice la tavoletta IX nella colonna 4,
si svolge "lungo la via del sole", la qual cosa a un
archeologo o ad uno storico può non dire niente, ma ad
un astrologo dice che lo scenario di tutta la vicenda sta in
cielo, dato che "la via del sole" altri non è
che lECLITTICA. Infatti, le gesta e i luoghi del racconto
(di questo come di altri racconti mitici) vanno inseriti, ricercati,
non su di un mappamondo ma in alto nel cielo, e precisamente
sulla fascia delleclittica, ché è quello
il luogo ove appunto si svolgono gli eventi mitici e dove ha
sede il motivo che sta alla base di detti eventi, ovvero lobliquità
delleclittica, cioè quella situazione astrale dovuta
al fatto che la Terra è inclinata, rispetto al piano equatoriale,
di 23°30. Tale inclinazione fa sì che lasse
terrestre giri come una trottola, così se prolunghiamo
questo asse fino al polo celeste nord, questo descrive intorno
al suddetto polo un cerchio; il tempo occorrente a questo asse
prolungato per ruotare intorno al polo settentrionale delleclittica
è di circa 25.920 anni, durante i quali il suo orientamento
passa da una stella allaltra, stella che noi chiamiamo
Polare (dal greco polos, cioè asse, perno): nel
6.000 circa a.C. la Stella Polare era la iota della Costellazione
del Dragone; nel 3.000 circa a.C. era Thuban lalfa
della stessa Costellazione; ai tempi della Grecia Classica era
Kochab, la beta dellOrsa Minore; oggi è lalfa
dellOrsa Minore (che noi chiamiamo Polaris), mentre nel
4.000 d.C. sarà Vega, lalfa della Costellazione
della Lira.
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- Questo fenomeno è
detto Precessione degli Equinozi: i punti equinoziali
(e quindi anche quelli solstiziali) non rimangono fermi là
dove dovrebbero stare, ma si muovono lungo leclittica in
direzione opposta a quella dellordine dei Segni. A tale
fenomeno gli antichi attribuivano lascesa e la caduta delle
varie Ere (o Età) del mondo. Si diceva infatti che la
costellazione zodiacale che sorgeva ad oriente prima del sole
(levata eliaca) segnava il luogo ove il sole sostava. Tale costellazione
veniva chiamata pilastro del cielo, e dava il nome alle
varie Età del Mondo (della durata di 2.160 anni). Nel
6.647 a.C. lequinozio di primavera era in Gemelli: era
quindi questa la costellazione pilastro; si parlerà
allora di ERA DEI GEMELLI; poi si passò lentamente al
TORO, quindi allARIETE, infine ai PESCI, "dove
si trova tuttora e dove continuerà a rimanere per ancora
un po di tempo. La nostra Era è segnata dallavvento
di Cristo il Pesce...LEtà precedente, quella dellAriete,
era stata annunziata da Mosè disceso dal Sinai con
le due corna, cioè incoronato con le corna dellAriete,
mentre il suo gregge disobbediente si ostinava a danzare intorno
al vitello doro, meglio inteso come un 'toro
doro', il Toro. Così, erano i cieli nelle loro rivoluzioni
a dare la chiave...Ciò che si muoveva di moto proprio
in cielo - i pianeti con le loro settimane e i loro anni - assumeva
una gravità sempre più maestosa. Essi erano le
Persone dal Vero Divenire: lo zodiaco era il luogo degli accadimenti
reali..." (G. de Santillana e H. von Dechend, Il mulino
di Amleto, ed. Adelphi, Milano, 1983). Quindi, quando
sentiamo parlare di diluvi, di terra piatta o quadrangolare,
di terra emersa o di acque di sotto, ciò
si riferisce ad avvenimenti e luoghi che non sono di questo mondo
ma che riflettono regole, fenomeni cosmici, vicende e sconvolgimenti
astrali: ogni diluvio, quindi, può essere visto come evento
distruttore di unEra per far posto a quella successiva.
I diluvi descritti dai Greci, i quali erano a conoscenza di ben
tre distruzioni successive (e pensiamo a quello di cui sono protagonisti
Deucalione e Pirra), si presentano come miti astrali in cui si
vede morire un mondo inteso come unEtà del mondo.
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- Molte tradizioni collegano
questa o quella catastrofe con elementi o figure stellari; citiamo
un esempio preso dalla tradizione leggendaria ebraica di epoca
tarda, citata da Frazer: "Ora, il diluvio fu causato
dallincontro delle acque maschili del cielo con le acque
femminili che sgorgavano dalla terra. I buchi nel cielo da cui
sfuggirono le acque di sopra erano stati fatti da Dio quando
tolse alcune stelle dalla costellazioni delle Pleiadi; e per
fermare quella fiumana di pioggia dovette poi turare i due buchi
con un paio di stelle prese in prestito dalla costellazione dellOrsa.
E per questo che, ancora oggi, lOrsa corre dietro
alle Pleiadi: vuole indietro i suoi piccoli, ma non riuscirà
mai ad averli fino allUltimo Giorno". Per quanto
riguarda il diluvio vissuto da Deucalione e Pirra, le sue acque
si ritrassero grazie al suono della buccina (antico strumento
musicale formato da una conchiglia tortile) di Tritone, strumento
che era stato inventato da Aigokeros, cioè il Capricorno,
il signore del solstizio dinverno quando era la costellazione
dellAriete a portare il sole (dal che si dovrebbe
dedurre che questo diluvio servì come passaggio
dallERA DEL TORO a quella dellARIETE, ciò
che lo daterebbe al 2.350 a.C.!). Ricapitolando, la terra
come luogo in cui si svolgono le vicende mitiche non è
il nostro globo: terra indica qui il piano che si forma
collegando i quattro punti dellanno segnati dagli equinozi
e dai solstizi, ovvero leclittica: i quattro angoli, cioè
le costellazioni che sorgono insieme al sole agli equinozi e
ai solstizi, sono i punti che determinano una terra; così
ogni Età del mondo ha la sua terra, ed è
proprio per questo che si parla di fine del mondo: quando
i punti dellanno vengono determinati da un nuovo gruppo
di costellazioni zodiacali portate dalla Precessione degli Equinozi,
sorge una terra nuova. Quindi il cielo come luogo di svolgimento
delle vicende mitiche, lo Zodiaco come terra in cui nascono
i miti, in cui si muovono Dei ed Eroi, e fra questi, appunto,
GILGAMESH, per due terzi dio e per un terzo uomo.
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- La
Storia di Gilgamesh
- Gilgamesh,
alabastro gessoso,
- m.4,70 di
altezza, sec.VIII a.C.
- Museo del
Louvre, Parigi
Gilgamesh
è un re dispotico, crudele, violento. Gli uomini di Uruk,
annichiliti dalla sua arroganza e malvagità, si rivolgono
alla dea Ninsun, madre di Gilgamesh, pregandola di creare un
suo doppio, cioè qualcuno che gli sia pari per forza fisica
e impetuosità di cuore. Gilgamesh cesserà di essere
un Signore-Padrone dispotico il giorno in cui avrà trovato
un suo pari, che sia nel contempo suo rivale e amico, così
profetizza la dea che crea perciò Enkidu, dal corpo villoso
e dai lunghi capelli femminili. Enkidu è il contrario
di Gilgamesh. Semiselvaggio, vive e si accoppia con gli animali,
vivendo nelle grotte o nella foresta. Dotato di forza sovrumana,
distrugge tutto quanto incontra. Un giorno un cacciatore lo incontra
nella foresta, e rimane talmente spaventato che subito corre
dal suo re a raccontargli laccaduto. Udite le parole del
cacciatore, Gilgamesh decide che lunico modo per ammansire
quel mezzo animale è allontanarlo dalla sua condizione
di bestia, dalla sua selvatichezza. Per far questo è necessario
che venga sedotto, che conosca lamore di una donna. Quindi
Gilgamesh manda da Enkidu una cortigiana con lincarico
di sedurlo. Ella si unisce a lui per sette giorni e sette notti
e finalmente riesce a farne un uomo. "Enkidu - disse la
donna - sei divenuto bello come un dio, perché vuoi continuare
a errare in compagnia degli animali? Suvvia, vieni con me, che
io ti condurrò a Uruk. E lì, appunto, che
Gilgamesh infuria come un toro e tiene sotto i suoi piedi tutti
gli uomini". "Guidami alla città di Uruk - rispose
Enkidu - e in quanto a Gilgamesh e al suo crudele dominio, io
muterò ben presto lo stato delle cose. Io lo provocherò
e lo sfiderò, e gli mostrerò, una volte per tutte,
che i giovani campagnoli non sono degli imbecilli". Lincontro
tra i due avviene alla porta del tempio. Gilgamesh e Enkidu si
azzuffano come tori selvaggi, ma è il re che inaspettatamente
ha la peggio, e comprende così di aver incontrato il suo
degno avversario. La profezia della dea si avvera, e il risultato
finale della lotta fu linizio di una lunga e tenera amicizia.
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- Passa il tempo, ed Enkidu
nella nuova vita civile non si trova bene, e giorno dopo giorno
si infiacchisce e intristisce sempre più. Allora Gilgamesh
propone unimpresa: andare nella Foresta di Cedri a sfidare
e uccidere il mostro Khumbaba. Giungono così presso la
foresta foltissima, ai margini della quale si trova unimmensa
porta; Enkidu la schiude, ma il grande portale, girando sui cardini,
si richiude di colpo schiacciandogli la mano. Per dodici giorni
Enkidu giace gemendo per il dolore, pensando di desistere dallimpresa.
Ma Gilgamesh lo sprona, e i due entrano nella foresta dalla grande
porta. Finalmente incontrano, sfidano e vincono il mostro Khumbaba.
Gilgamesh però vuole risparmiargli la vita, mosso a compassione
dai suoi lamenti, ma Enkidu insiste nellucciderlo, al che
tutti e due sguainano le spade e staccano la mostruosa testa
dal corpo gigantesco.
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- La dea Ishtar,
epoca assira, Britsh Museum, Londra
Al
loro ritorno a Uruk, vittoriosi e festeggiati da tutti, si fa
avanti la dea Ishtar, che ammaliata dallimpresa di Gilgamesh
e più che altro dalla sua bellezza, gli chiede di giacere
con lei diventando suo sposo. Ma Gilgamesh, sdegnosamente la
rifiuta, al che la dea, furibonda, gli manda incontro il Toro
Celeste, il cui galoppo è foriero di tempeste e terremoti
e la cui venuta procura sette anni di siccità; ma Enkidu
accorre in soccorso dellamico, afferra una coscia e il
membro del Toro Celeste, li strappa con un colpo violento e li
getta in faccia alla dea., che umiliata e sconfitta se ne torna
al suo cielo. Ma Ishtar ora fa le sue profferte a Enkidu, che
lui sdegnosamente rifiuta, allora la dea lo punisce facendolo
ammalare. Giorni e giorni dura lagonia di Enkidu, finché
il nono, vegliato dal suo amico, muore. Disperato Gilgamesh lo
piange, e impone il lutto a tutta la nazione. Grande è
il dolore per la perdita dellamico, e grande è la
paura che forse anche lui dovrà morire.
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- Pensa così che
lunica soluzione è quella di diventare immortale,
e parte alla ricerca di Utnapistim, che abita alla bocca dei
due fiumi, lunico che si è salvato dal diluvio e
che gli Dei hanno fatto diventare un dio, pensando che lui saprà
come renderlo immortale. Parte, e dopo molto tempo arriva alla
Porta del Sole Tramontante sul monte Masu, che gli viene aperta
dai guardiani, gli Uomini-Scorpione. Viaggia dodici ore nel buio
di un sotterraneo, poi finalmente irrompe la luce del sole; spossato,
si ferma in riva al mare dalla ninfa Siduri, colei che fa il
vino e la birra, che inizialmente cerca di distoglierlo dallimpresa
ma che poi lo aiuta indicandogli che il barcaiolo Ursanabi può
condurlo da Utnapistim. Salpano quindi, e attraversano le Acque
della Morte, e dopo 120 remate arrivano da Utnapistim detto Il
Lontano, che vive nel luogo del transito del sole, a est della
montagna. Qui Il Lontano gli racconta di come si salvò
dal diluvio. Ma Gilgamesh vuole limmortalità, e
Utnapistim gli dice che deve stare sveglio sei giorni e sei notti,
così avrà limmortalità. Ma Gilgamesh
è troppo stanco dal viaggio e subito si addormenta. Al
risveglio si dispera per non aver avuto la forza di resistere
al sonno, al che Utnapistim, mosso a compassione, gli rivela
il segreto degli Dei, e cioè che in fondo al mare esiste
una pianta che dà limmortalità. Subito Gilgamesh
si getta nel profondo dellOceano, trae a sé la pianta,
ma non la mangia subito perchè vuole farne dono anche
agli altri uomini di Uruk. Così si incammina e ritorna
dalla porta da cui era entrato.
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- Lungo la strada vede
un pozzo; è stanco e vuole rinfrescarsi; appoggia quindi
la pianta su di una pietra e fa il bagno; ma allimprovviso
un serpente, attratto dal profumo della pianta, esce dallacqua
e la ghermisce, e subito si spoglia della sua pelle e ritorna
al pozzo. Gilgamesh si siede e piange la perduta immortalità.
Affranto, ritorna a mani vuote a Uruk, e su una pietra lintera
storia incide.
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-
- Un
Viaggio Astrologico
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Che
lEPOPEA DI GILGAMESH vada collocata sulle vie del cielo
anziché relegarla tra monti e paludi terrestri lo si deduce
sia dai luoghi in cui la scena è inserita sia dal tipo
di personaggi che via via il nostro eroe incontra. Non solo;
possiamo sapere anche lepoca in cui questa storia si svolge,
e lo capiamo quando la dea Ishtar manda il Toro Celeste contro
Gilgamesh, al quale poi Enkidu strappa la coscia e il membro;
il Toro Celeste altri non è che la costellazione del Toro,
costellazione che non è rappresenta da un toro intero
ma tagliato a metà alla vita, mancante appunto della parte
posteriore. Quindi, questa scena vuole raccontarci il passaggio
dallERA DEI GEMELLI (qui rappresentati da Gilgamesh ed
Enkidu) allERA DEL TORO (poco dopo infatti Enkidu muore
e il Toro Celeste, così menomato, viene assunto in cielo
in mezzo alle stelle!), ciò che avvenne intorno al 4.499
a.C. E quindi, questa, una storia celeste,
e lo si deduce anche dalla serie di personaggi che la popolano;
prendiamo ad esempio il Guardiano della Foresta di Cedri, quel
mostro Khumbaba ucciso dai due amici: ebbene, i testi lo definiscono
un dio, e pare corrispondere al dio elamitico Hmba, che addirittura
è inserito in un elenco sumero di stelle col determinativo
mul che precede appunto il nome delle stelle: mul Hmba,
quindi, che era poi il nome con il quale i Sumeri chiamavano
la stella Procione, lalfa della costellazione del
Cane Minore, stella che questo popolo aveva annoverato fra quelle
della costellazione del Cancro. Non solo: la stella mul Hmba,
poi, era rappresentante, tra i pianeti, di Mercurio.
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- Altro elemento interessante
il fatto che per entrare nella Foresta di Cedri i due devono
passare attraverso una porta! Ma che ci fa una porta in una foresta?
La porta è sempre un passaggio fra due stadi, fra due
mondi, fra il qui e il là. Abbiamo poi visto che Khumbaba
corrisponde alla stella Procione, stella che si trova vicino
alla costellazione del Cancro. Tutto questo sarebbe un arcano
inghippo se non sapessimo che nel Cancro noi troviamo una delle
Porte dello Zodiaco (laltra è in Capricorno), ovvero
la Porta dalla quale si incarna il genere umano (mentre da quella
del Capricorno si incarnano gli Dei). E quindi un viaggio
a ritroso quello che intraprendono Gilgamesh ed Enkidu: dalla
Terra degli Uomini a quella del Cielo, passando per la Porta
della Foresta di Cedri, appunto il Cancro. Altresì interessante
notare che uno degli appellativi di Khumbaba era "dio
della fortezza di intestini", ciò che ha fatto
pensare ad alcuni studiosi che egli fosse labitante e il
signore del labirinto, ovvero un predecessore del più
famoso Minotauro. In un bassorilievo raffigurante Khumbaba, vediamo
la sua faccia che sembra appunto fatta di intestini, raffigurata
comè da ununica linea sinuosa, faccia che
ha forti rassomiglianze con quella del dio messicano Tlaloc,
il "dio della pioggia": qui, invece di ununica
linea sinuosa, abbiamo due serpenti che, attorcigliandosi lun
con laltro, formano la faccia del dio, che
così assomiglia al Caducèo di Ermes-Mercurio.
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- Quindi, il Caducèo,
il volto di Tlaloc e lidea di un "dio degli intestini",
non possono che indicarci Mercurio (consideriamo che questo pianeta,
astrologicamente, ha il suo dominio, oltre che in Gemelli, anche
in Vergine, Segno che nella Medicina Astrologica corrisponde
agli intestini!). Ma che centra Mercurio con il Cancro?
Nellantichità Mercurio era considerato un dio lunare,
e aveva forti rassomiglianze con il dio lunare egizio Thot, colui
che aveva insegnato la scrittura agli uomini. Non solo: in Egitto,
nella tomba del faraone Men-Maat-Ra-Sethi I, figlio di Ramesse
I, troviamo menzionato il pianeta Mercurio come "Stella
del Nord del Cielo", e comunque come Signore del Secondo
Decano del Quarto Segno, appunto il Cancro, che nella raffigurazione
zodiacale rappresenta il Nord.
- Altri personaggi che
ci danno unulteriore prova della collocazione astrale di
questo mito, sono Utnapistim il Lontano, ovvero il Noè
mesopotamico, che ha la sua dimora alla "bocca dei fiumi",
e Siduri, lostessa divina. Si racconta che Gilgamesh giunse
al passo del monte Masu, alle cui porte facevano la guardia gli
Uomini-Scorpione. Consideriamo che Masu vuol dire gemelli,
e che tra le stelle masu babilonesi troviamo la lambda
e la ipsilon Scorpii, ovvero le stelle gemelle del pungiglione
dello Scorpione. Il monte Masu rappresenta quindi, nellastronomia
babilonese, la zona compresa tra la fine della costellazione
dello Scorpione e linizio di quella del Sagittario, zona
celeste in cui troviamo niente meno che il Centro della Galassia,
luogo dal quale si diceva passavano le anime nel loro iniziale
cammino post-mortem, ed è da lì che inizia, si
legge nel testo, "unoscurità che nessuno
ha mai percorso". Del resto sappiamo che, astrologicamente
parlando, nello Scorpione, ottavo Segno analogico allottavo
settore oroscopico, viene rappresenta la morte del corpo fisico;
interessante notare che se la vita inizia in Ariete, primo Segno,
la morte non è, come ci si aspetterebbe, nellultimo
Segno, cioè i Pesci, bensì, come visto, nellottavo.
Da lì, infatti, vi sono altri quattro Segni che in pratica
rappresentano il cammino e il processo evolutivo che lanima
deve compiere prima della sua rinascita in un nuovo corpo nel
Segno dellAriete. Siamo quindi nel mondo delle tenebre,
e Gilgamesh, come dice il testo, viaggia per dodici ore in un
tunnel sotterraneo prima di vedere irrompere la luce del sole.
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- Finalmente il nostro
eroe arriva in un giardino di pietre preziose: qui incontra Siduri,
lostessa divina. Il personaggio Siduri è stato accostato
da vari studiosi a quei personaggi che in molti poemi epici hanno
il compito di assistere le anime nel momento della loro dipartita
dal corpo, come ad esempio la monaca Gertrude nella cui locanda
passavano le anime la prima notte dopo la morte. Siduri dà
a Gilgamesh alcuni consigli su come arrivare al luogo in cui
abita Utnapistim; prima di tutto dovrà trovare Ursanabi,
il traghettatore, perché sarà lui ad accompagnarlo
nel Mare della Morte. Ora noi dobbiamo considerare che ci sono
stati tramandati dei nomi di costellazioni che suonano come Ade
o Il Traghettatore: questi nomi noi li troviamo tra lo
Scorpione e il Sagittario, dove prima avevamo visto il Centro
Galattico. Si può pensare che Siduri e il traghettatore
Ursanabi trovino la loro casa in questi luoghi.
- Ursanabi dice a Gilgamesh
di tagliare 120 pali che gli serviranno per spingere avanti la
barca, così che le sue mani non tocchino le acque della
morte. In pratica ogni palo serve per una remata, stimando così
che per arrivare a destinazione ci vogliono 120 remate: consideriamo
che dallo Scorpione, punto di partenza di questo viaggio di Gilgamesh
alla ricerca della pianta della rinascita, fino ai Pesci, dove
si presume viva Utnapistim, ci sono quattro Segni, ovvero 120°!
Finalmente Gilgamesh arriva dinanzi a Utnapistim, che è
poi, come detto, il Noè mesopotamico, e che gli racconta
del Diluvio, di come Enki, dio delle acque, della sapienza e
creatore dellumanità, lo avesse avvertito della
decisione di Enlil, dio della terra e del vento, di distruggere
lumanità, e di come costruire lArca. Questa
misurava un acro ( un iku) di spazio piano, e altrettanto
per ciascun lato, così che lArca era in pratica
un cubo.Ovviamente il diluvio fu spaventoso, a tal punto che
Enki redarguisce Enlil il quale poi si scusa con Utnapistim e
sua moglie, concedendo loro di essere come Dei e di abitare "alla
bocca dei fiumi". Questa "bocca dei fiumi" era
il nome dato alla città di Eridu, a sua volta associata,
e comunque rappresentante terrestre, della stella
Canopo, lalfa della costellazione della Carena,
stella che secondo i babilonesi reggeva le profondità
dellApsu, loceano dacqua dolce che aveva forma
di cubo, e lArca era anchessa fatta a somiglianza
dellApsu, visto che era un cubo e misurava "un iku"
per lato. Per capire limportanza di quanto ora detto, consideriamo
che questa misura, "un iku", era il nome che
i babilonesi davano al Quadrato di Pegaso, costellazione
che, guarda caso, è racchiusa in quella dei
Pesci.
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- Da quanto ora esposto
vediamo come il viaggio di Gilgamesh sia stato un viaggio celeste,
"lungo la via del sole", leclittica. Altre cose
sarebbero da dire sui nascosti (ma poi non tanto) risvolti celesti
nellEpopea di Gilgamesh. Basti per ora sapere che ogni
mito, ogni caduta, ogni misurazione,
è la descrizione di quelle correzioni che
si debbono attuare ogniqualvolta il cielo muta, ogniqualvolta
cioè vi è da rimettere a posto lorologio
cosmico.
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