La concezione cosmologica egiziana

La concezione cosmologica egiziana
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Un mio articolo pubblicato su “Linguaggio Astrale” n. 81 – Inverno 1990


Argomento tra i più complessi, vero campo minato per chi, incautamente, si appresti a entrarvi, la cosmologia egiziana (e la cosmologia in genere) riveste comunque un’importanza non certo di poco conto specie se vista come terreno fertile da cui può trarre nutrimento la pianta dell’Astrologia. Le limitate conoscenze sia in materia geografica che astronomica costringevano i popoli dell’antichità a sviluppare una concezione cosmologica basandosi più che altro su ciò che avevano a portata di mano.

Sapere quindi come gli antichi concepivano il mondo che li circondava è di estrema importanza per la comprensione di questo “terreno”.
Ovviamente ogni popolo aveva la sua concezione cosmologica.
Per quanto riguarda gli Egiziani, sappiamo che essi (contrariamente al nostro modo di vedere) si orientavano verso Sud, cosicché l’Ovest era a destra e l’Est a sinistra (stessa visuale che abbiamo in Astrologia): in tal senso, alle spalle (e comunque “sotto”) avevano il Mediterraneo, mentre davanti si trovavano la pianura alluvionale del Delta del Nilo, larga 290 km e lunga 180, solcata nell’antichità da dodici diramazioni; di qua e di là dal Nilo vi era uno stretto corridoio di terra coltivabile largo circa 30 km e che si estendeva per 1006 km verso Sud fino alla prima cateratta di Assuan (Siene); in questo punto si aveva quella che era la delimitazione storica dell’Egitto, la cosidetta Porta del Sud (una barriera fluviale naturale di granito in affioramento), oltre la quale si estendevano i territori della Nubia e del Sudan.

Il contrasto di colore che veniva a crearsi fra la terra coltivata degli argini del Nilo e quelli che erano i confinanti deserti, fece sì che gli Egiziani distinguessero due zone chiamate Terra Nera e Terra Rossa: l’Egitto vero e proprio era la Terra Nera, o Kemet; tutto il resto, cioè quei luoghi non compresi nella Valle del Nilo, passava sotto il nome di Khast, o “paese montagnoso”.

Dice Lord John Martin Plumley (docente di egittologia all’Università di Cambridge):

[…] la scrittura geroglifica del nome di un territorio straniero era di solito accompagnata da un segno determinativo che rappresentava una linea di colline o di montagne. Gli Egiziani furono sempre consapevoli che per uscire dall’Egitto bisognava letteralmente risalire a piedi la Valle del Nilo e addentrarsi nelle colline che la delimitavano[1].

Non sorprende quindi che, con una così scarsa conoscenza dei territori diversi dai loro, gli Egiziani (e comunque i primi artefici delle più antiche concezioni cosmologiche egiziane) traessero ispirazione, per la loro visione del mondo, unicamente dalle condizioni fisiche e geografiche della Valle del Nilo. Di conseguenza (ed eccoci a quella che può essere considerata la prima immagine del mondo così come essi la concepivano), per gli antichi abitatori della Valle, il mondo altri non era che un ammasso di terra diviso nel mezzo dal Nilo e circondato dalle acque, cioè dal Grande Oceano Circolare, opera di NUN, il primo degli Dei (Okéan, associabile al Titano Oceano); sopra tale ammasso di terra, o isola pianeggiante, era sospesa la volta celeste, sorretta da quattro pilastri agli angoli della Terra (talvolta questi pilastri venivano identificati con dei pali, o rami biforcuti, o ancora con delle montagne).

Tale volta celeste, dapprima, era vista come un qualcosa di fisso, come un lastrone piatto su cui si incastonavano, a mo’ di pietre preziose, le stelle, e anche: “Gli egizi credevano che le stelle fossero dei fuochi le cui emanazioni si formavano e salivano dalla terra […]” [2].
Col tempo, a un numero sempre più crescente di osservatori del cielo, apparve invece evidente che le stelle erano in movimento. Altresì, la continua osservazione del variare delle stagioni fece notare come alcune configurazioni stellari finissero sotto l’orizzonte, restando praticamente invisibili per lungo tempo prima di ritornare a occupare il cielo notturno.

Tali osservazioni fecero sì che gli Egiziani si accorgessero della comparsa, in concomitanza con l’inizio dell’inondazione annuale del Nilo (giugno-luglio, e che raggiunge il suo culmine in settembre-ottobre), di una stella assai brillante (23 volte superiore alla luminosità del sole), cioè Sirio, l’alfa del Cane Maggiore, che essi chiamavano Sept (grecizzato Sothis). Dal momento della sua comparsa, cioè dal mattino in cui, per pochi istanti, la si poteva vedere all’orizzonte prima che il bagliore solare la facesse sparire, si contavano i giorni di un anno assai più preciso (rispetto alle stagioni) di quello civile adottato per ragioni pratiche: in tal modo era prevedibile, con sicurezza matematica, l’inizio della piena in ogni punto della Valle, così da regolare le colture e i raccolti.

Tutto questo portò gli Egiziani a considerare veramente il cielo come un qualcosa di vivo, e le stelle come esseri viventi; anzi, l’intero universo era un’entità vivente, e come tale doveva pur aver avuto un inizio, anche se risultava inconcepibile, agli antichi abitatori della Valle del Nilo, immaginare un tempo in cui non esisteva “qualcosa” (questo ci porta a considerare che, forse, la “filosofia” egizia era incentrata su un “eterno presente”).


I Miti Cosmogonici

Secondo i vari miti egizi legati alla creazione, e in special modo le cosmogonie di Ermopoli, Eliopoli e Menfi, considerate le più importanti, questo “qualcosa” era rappresentato da un Abisso primordiale di acque, distesa che è “nell’infinito, il non essere, il nulla e l’oscurità” (“Libro dei Morti”), un qualcosa privo di confini, esteso ovunque, e che veniva personificato, come già abbiamo visto, dal dio NUN, talvolta rappresentato come una figura maschile immersa nell’acqua fino alla vita e con le braccia sollevate per reggere la barca del Sole.
Quindi, quello che è il principio fondamentale della cosmologia egizia sembra costituito dalle Acque Primordiali, sempre esistite e che dureranno in eterno.

Possiamo aggiungere che per gli antichi Egizi il mondo (il loro mondo) era una cavità che galleggiava nel centro di queste Acque Primordiali, una specie di bolla d’aria circondata dalla distesa di NUN: in tal senso, i mari, i fiumi, i torrenti, le acque, i pozzi, la pioggia, erano considerati parte delle Acque Primordiali.
Così come per altri popoli del luogo (si veda gli Ebrei), anche per gli Egiziani vi era un firmamento che divideva le acque soprastanti da quelle sottostanti.

Nel corso del tempo, varie trasformazioni a base religiosa, politica, economica, inserirono nella cosmologia egizia elementi sempre più “sofisticati”: ad esempio, nella cosmogonia di Ermopoli (nome greco della città sacra a Thot, appunto considerato l’Ermes egizio, cioè Khnum, che vuol dire “Città delle Otto”) [3] le quattro caratteristiche delle Acqua Primordiali, e cioè “profondità”, “oscurità”, “eternità” e “invisibilità”, erano personificate da otto esseri, o otto divinità (ogdoaidi): in pratica, ognuna di queste caratteristiche era rappresentata da una figura maschile e da una femminile: Nau e Naunat (profondità), Kuk e Kukwet (oscurità), Hu e Hauhet (eternità), Amun e Amaunet (invisibilità); le femmine con testa di serpente, i maschi con testa di rana.
Tali divinità formavano la parte primordiale dell'”essere in sé”, rappresentavano cioè l’uovo primordiale da cui uscì il primo essere.
Thot (Tahuti), come Khnum rappresentato con la testa di montone, era considerato il capo di queste otto divinità; in seguito gli venne attribuita l’invenzione della scrittura e fu visto come il depositario di tutto il sapere umano, nonché maestro di Hike, la “magia”.

Sempre nella cosmogonia ermopolita si dice che il creatore del mondo, sotto l’aspetto di un bambino, sia scaturito fuori da un fiore di loto i cui petali si aprirono quando terminò l’oscurità primordiale: era, questo bambino, il sole, ed è per questo che, alla fine della giornata, il loto chiude i suoi petali, come a proteggere il sole durante il suo cammino nell’oscurità. Circa verso il 2200-2000 a.C., la cosmologia di Ermopoli si mescolò (caso frequente dovuto anche a motivi politici) con quella di Eliopoli (cioè Annu, in greco Heliopolis, la On della Bibbia; letteralmente “Città del Sole””, il cui dio-creatore era Atum): qui si dice che dalle Acque Primordiali sia emerso Atum (il “Tutto” o il “Perfettissimo”, antico dio di Eliopoli, fin dalla IV dinastia associato a Ra) sotto forma di “collina” [4].

Poi, si dice, Atum trasse dalla sua persona (vomitandole) le due divinità Shu (o Skhw, associabile al Titano Ceo, il Cielo, l’Aria) e Tenefet (o Tefnut, associabile a Diana, la rugiada, la pioggia).
Shu e Tenefet generarono Geb, dio della Terra, e Nut, dea del Cielo; si dice che in principio fossero, Geb e Nut, cioè la Terra e il Cielo, allacciati in uno stretto abbraccio, ma il padre Shu li separò sollevando in alto Nut affinché formasse l’arco del firmamento, e lasciando suo figlio Geb sdraiato sulla schiena così che diventasse la Terra; Shu rimase poi tra loro per fare da Aria tra Cielo e Terra. Interessante notare come la nascita di Shu e Tenefet avvenga, come detto, tramite una espettorazione dalla bocca di Atum: il nome Shu è legato al verbo “ishesh”, che vuol dire “sputare”, e Tenefet è imparentato col termine “tef” che, grossomodo, può essere accomunato al suddetto “ishesh” [5].

La grande importanza che assunsero, nella cultura egizia, centri religiosi e politici come appunto Ermopoli, Eliopoli, ma anche e soprattutto Menfi (cioè Men-nofer, “monumento bello”), portò da un lato all’arricchimento della concezione cosmologica (e cosmogonica) primitiva, dall’altro a una supremazia ora di quello ora di quell’altro dio, inteso come Essere da cui tutto scaturì; sempre Plumley ci dice: “A una data epoca durante l’Antico Regno (2700-2200 a.C. circa), quando Menfi era la capitale dell’Egitto, sembra che si avvertisse la necessità di tentare una riconciliazione tra la cosmogonia di Eliopoli, per la quale il dio-creatore era Atum, e la cosmogonia di Menfi, che attribuiva l’atto della creazione a Ptah[6]

.

In un testo antichissimo, il “Trattato di Teologia” di Menfi, risalente all’Antico Regno e ritrovato in un papiro nel tempio di Ptah dal re nubiano Shabaka (716-701 a.C.) si legge:

La creazione avviene attraverso il cuore e la lingua come una raffigurazione di Atum. Ma il più grande è Ptah, il quale diede (vita) a tutti gli dei e alle loro facoltà (ka) attraverso questo cuore e questa lingua, il cuore e la lingua da cui trassero origine Oro e Thot come Ptah.

Più oltre è detto:

Egli è Tatjenen (la collina primordiale a Menfi), il quale ha generato gli dei da cui è venuto tutto, sia il cibo, nutrimento divino, che qualsiasi altra cosa buona. Sicché si è scoperto e si è capito che il suo potere è più grande di quello di ogni altro dio. E così Ptah fu pago di aver creato tutte le cose e ogni parola divina[7].

Tra parentesi, aggiungiamo che il faraone egizio, così come gli “shah” persiani, celebrava il proprio giubileo dopo 30 anni di regno, giubileo “inventato” da Ptah, cioè il Saturno egizio: e 30 anni (29,46) è il periodo di rivoluzione di Saturno.

Ritornando alla cosmogonia menfita, vediamo come la creazione sia opera del pensiero e della parola, ciò che sottintende un’azione dell’intelligenza in sé che non ci è dato di vedere nelle cosmogonie eliopolitana ed ermopolitana.


La Dea Ma’at

La dea Ma'at. Foto da: www.egiptologia.com

La dea Ma’at. Foto da: www.egiptologia.com

A questo punto è interessante come, nonostante l’alternarsi e comunque lo sparire e il riapparire delle varie divinità preposte a rappresentare l’Universo, gli antichi Egiziani fossero d’accordo nel considerare che la struttura dell’Universo potesse essere mantenuta e sorretta nella sua integrità solo facendo affidamento sull’equilibrio, sull’armoniosa coesistenza dei vari elementi che la compongono, e questo equilibrio, questa coesione, questa conservazione, erano riassunte nella parola “ma’at”.
Ora, nonostante che “ma’at” fosse solo una pura astrazione, si arrivò, in epoca tarda, a personificarla nella figlia del sole e a rappresentarla con una piuma di struzzo sul capo, piuma che era simbolo di giustizia e di equità (le penne di struzzo sarebbero infatti tutte della stessa lunghezza).
Ma’at era quindi l’ordine cosmico, sinonimo di verità e di giustizia.
Da considerare che la sua piuma veniva collocata su uno dei piatti della bilancia usata per pesare il cuore del defunto durante il giudizio nell’aldilà al cospetto di Osiride (Asar), dio dei morti: se il cuore pesava più della piuma, l’anima del defunto veniva divorata da un mostro a testa di coccodrillo, altrimenti veniva accolta nei cosidetti “Campi della Pace”; a tale cerimonia partecipavano, oltre alla dea Ma’at, il dio Thot (Tahuti) e il dio Anubi (Anpu), quest’ultimo preposto all’aiuto del defunto.
L’equilibrio di Ma’at era comunque conseguente all’azione di rinnovamento cui la creazione doveva sottoporsi, rinnovamento che più che essere opera degli stessi dèi chiamava in causa il faraone (egizio perao, “casa grande”), loro rappresentante sulla terra.

Possiamo dire che, se la creazione era un atto “divino”, il mantenimento della stessa era compito esclusivo degli uomini, e comunque del faraone e/o del sacerdote, dato che essi vivevano nei templi, dimora degli dèi sulla terra.
Da notare che questa rappresenta una delle tante strade dalle quali proviene e si sviluppa lo studio degli astri (dèi) come elementi capaci di unire il “qui” al “là”, così da fare da mediatori, da interpreti, tra la lingua degli dèi e quella degli uomini.


La religione

Ovviamente, il discorso cosmologico non può esser disgiunto da quello religioso, anche se appare difficile ricostruire quello che era un “pantheon” fisso egiziano (ma esisteva nella forma in cui noi lo concepiamo?), con divinità dalla precisa fisionomia; lungi quindi da noi la pretesa di spiegare la complessità della religione egizia; basti solo sapere che nella tomba del faraone della XVII dinastia, Menkheper-Ra Thuthmesi III (1481-1448 a.C.), il più grande condottiero e uomo politico dell’Egitto Antico, conquistatore della Nubia, si è trovato l’elenco di ben 740 divinità egizie. Ciò dimostra la difficoltà di costringere in ambiti precisi, non solo la religione ma anche la cosmologia (e la cosmogonia) egizia.
A mo’ di esempio, ecco un elenco, ovviamente parziale, di alcune divinità egizie (in caratteri maiuscoli) con relativo nome grecizzato (in caratteri minuscoli):


     
AMEN Amon NUN Nunu
ANPU Anubis PAKHT Pekhet
ASAR Osiride RA Re
AST Iside SELQE Selkis
HARSEF Harsaphes SEPT Sothis
HEP Hapi SKHW Shu
HET HER Hathor TEFNUT Tefenet
MEN NEFIR Ptah TUM Atum



Eppure, il popolo della Valle del Nilo fu essenzialmente conservatore, e lo dimostra il fatto che, nonostante tutto, si attenne scrupolosamente a quelle divinità preposte alla salvaguardia dei 42 “nòmi” (in egizio sepat, divisioni amministrative) dell’Egitto: 22 nòmi dell’Alto Egitto da Menfi fino a Elefantina (isola del Nilo) e Assuan, che furono fissati con l’inizio della V dinastia, e 20 nòmi del Basso Egitto (quello del Delta del Nilo), fissati, come numero definitvo, solo durante il periodo greco-romano.

Il numero 42 aveva anche un valore simbolico: tale era, ad esempio, il numero dei giudici dei morti, e Clemente Alessandrino (scrittore cristiano del II secolo d.C.) ci dice che gli Egiziani avevano 42 libri sacri. Comunque, e nonostante tale “conservatorismo”, in seguito gli Egiziani accettarono, facendole proprie, anche divinità straniere (e non poche), alcune delle quali fino ad ieri erroneamente ritenute egizie.
La maggiore o minore fortuna di una divinità era comunque condizionata dallo svolgersi delle vicende politiche interne, così se una città si trovava ad assumere un ruolo-guida, la sua divinità principale ascendeva a un posto di primo piano sia nel nòmo che in tutto il Regno.

A tal proposito, per evitare conflitti e non opportuni accentramenti di potere, i collegi sacerdotali escogitarono vari espedienti tra i quali quello di imparentare fra loro divinità diverse, così che si vennero a creare figure teologiche il cui nome combina in sé due, tre, a volte anche quattro nomi di divinità preesistenti: un po’ come avvenne anche con il passaggio dalla religione egeo-minoico-cretese-anatolica a quella greca: divinitI Tesà come Apollo, Artemide, Efesto, Zeus, ad esempio, sono ognuna la somma di molte divinità preesistenti, in certi casi da venti a cento per ognuna.
Questo che vuol dire? Che è impossibile, per noi, risalire a qualcosa di fisso e comunque riuscire a farci un’idea del significato che ogni dio aveva nel pantheon egizio? Ma non sono queste “fusioni” sinonimo, anche, della ricchezza del simbolo, e quindi della sua validità?


I Testi Sacri e non

Certo, sappiamo che la cultura egizia, la civiltà egizia, fu un “miscuglio molto particolare di tradizione arcaica e delle idee più avanzate[8], ma anche che molte sono le testimonianze da cui poter trarre informazioni: nell’Antico Regno (III-VI dinastia, 3000-2242 a.C., periodo Menfita) abbiamo, col faraone Uni, i cosidetti “Testi delle Piramidi”, un vasto complesso di quasi 4000 linee che ci dà informazioni sugli aspetti della mitologia egizia durante quello che è stato il primato dei sacerdoti (e quindi della città) di Eliopoli.
Anche, durante la VI dinastia si costituì quella che noi conosciamo come “Enneade Eliopolitana”.

Dall’XI alla XIV dinastia (Medio Regno) abbiamo il primato di Tebe (Uast), che oltre a inni e iscrizioni commemorative di indubbio interesse, ci ha lasciato i “Testi dei Sarcofagi”, forma riveduta e corretta per le classi meno abbienti e titolate del succitato “Testo delle Piramidi”. È in questo periodo che la religione subisce una vera e propria rivoluzione, facendo guadagnare terreno a Osiride (Asar) e a Amun.<(p>

Con le dinastie XVIII-XX (Nuovo Regno, 1580-1085 a.C.) si registra un aumento della potenza egizia (testimoniato dalla presenza di faraoni come Amenofi I, II, III, IV, Thuthmesi I, II, III, IV, Tutankhamon, Ramesse I, II, III, IV, V), periodo in cui fa la comparsa il “Libro dei Morti”. Altri testi importanti sono il “Libro delle Porte”, il “Libro dell’Amduat” e il “Libro della Vacca del Cielo”, quest’ultimo a carattere mitologico, tutti della XIX dinastia, faraone Men-Maat-Ra-Sethi I (1318-1306 a.C.).

A queste opere, in caratteri geroglifici ieratici, vanno aggiunte tutte quelle notizie forniteci dagli scrittori classici, dagli storiografi e geografi greci, come Erodoto, Diodoro Siculo e Strabone; notizie le estrapoliamo anche dagli scritti greci sull’opera di Manetone, che fu sacerdote nel Delta all’epoca di Tolomeo II Filadelfo (280-246 a.C.).

Da tutto questo patrimonio si ha una visione della mitologia e della cosmologia egizia abbastanza ampia e forse per questo di non facile collocazione in un sistema di riferimento univoco.
Eppure è proprio da questo popolo e dal suo sistema di pensiero (“molteplicità di approcci”, come diceva l’egittologo olandese Henri Frankfort) che ci provengono quelle testimonianze esoteriche e metafisiche dalle quali noi oggi possiamo attingere per i nostri studi, testimonianze che risultano affondare le proprie radici ben al di là della Civiltà Egizia [9], ciò che porta la stessa ad assumere il ruolo, finora non ampiamente compreso, di “ponte eccellente” tramite il quale arrivare a una vera conoscenza del Passato dell’Uomo.


Cosmologia e Astrologia

Quanto finora detto ci permette di fare alcune interessanti considerazioni: abbiamo accennato, all’inizio di questo capitolo, che gli Egiziani si orientavano guardando verso Sud: infatti il Basso Egitto è quello del Delta del Nilo (per noi è l’Egitto Settentrionale), mentre l’Alto Egitto è quella stretta valle incuneata fra gli altipiani del Deserto Libico e di quello Arabico, che per noi è ovviamente l’Egitto Meridionale.

Consideriamo altresì che quella che era la delimitazione storica dell’Egitto, la già citata “Porta del Sud” rappresentata in pratica da un’imponente emergenza fluviale di roccia granitica (ovvero diorite porfiritica), si trovava poco a sud di Assuan, e precisamente tra i siti di Bet el-Uali e Kalabsha: ebbene, in questa zona geografica noi troviamo nientemeno che il TROPICO DEL CANCRO, ciò che fa assumere a questa delimitazione connotati del tutto particolari e interessanti ai fini di una ricerca astrologica.

Figura 1

Figura 1

Abbiamo poi visto come la loro primigenia visione cosmologica fosse rappresentata da un ammasso di terra diviso nel mezzo dal Nilo e circondato dal “Grande Oceano Circolare”, ciò che può essere così raffigurato (Fig. 1): vediamo come il Delta del Nilo si trovi raffigurato in basso (appunto “Basso Egitto”). Ora, il diverso orientamento geografico tenuto dagli Egiziani, e comunque la figura ora proposta, sicuramente dà da pensare: se noi sovrapponiamo a questa una carta oroscopica, vediamo che sul Delta del Nilo “cade” il quarto settore, analogico al quarto Segno, il CANCRO, il che porta le sorgenti del Nilo a “collocarsi” in CAPRICORNO.

Una curiosità: la quarta lettera dell’alfabeto greco è la “Delta”, così chiamata appunto per la sua forma triangolare, assomigliante a un delta di fiume; che sia la quarta, non ci può dire niente? Meglio, e più consono alla forma mentis egiziana, sarebbe dire che il Nilo “nasce” nel Decano del Montone (Capricorno) e “sfocia” nel Decano Sit (Cancro); d’altronde pare che gli Egiziani procedessero più a decani equatoriali che a Segni zodiacali.

Nilo quindi come direttrice Nord-Sud interessante l’asse Cancro/Capricorno: consideriamo che questi due Segni rappresentano le cosidette Porte dello Zodiaco (si dice che dalla Porta del Cancro – detta la Porta degli Uomini – passano le anime per incarnarsi, mentre dalla Porta del Capricorno – detta la Porta degli Dei – passa la divinità che vuole incarnarsi), il che ci immette su una strada affascinante e misteriosa che assegna al Nilo prerogative divine e creatrici, non lontane da quelle attribuitegli dagli abitanti della sua Valle.
Nilo come fiume sacro, quindi, e come tutti i fiumi sacri (si veda il Gange) epigono, e comunque “continuatore terrestre”, dei “fiumi celesti”, primo fra tutti la Via Lattea.
Nilo come “fiume che si autoalimenta”, visto che immette le proprie acque nel “Grande Oceano Circolare” da cui poi rinasce, il che, volendo, ci avvicina al concetto di “flusso infinito”, di “illimitatezza” (apeiron) di Anassimandro.

Comunque, a parte queste divagazioni che ci porterebbero su un terreno filosofico non preventivato, sappiamo che presso gli Egiziani (ma non solo: vedi Caldei e Arabi) le stelle godettero di un’importanza maggiore che non i pianeti; ciò non toglie che quest’ultimi, specie durante il Nuovo Regno (e comunque dopo la XVIII dinastia, 1580-1314 a.C.), si rifacessero del tempo perduto: nella tomba del faraone Men-Maat-Ra-Sethi I, figlio di Ramesse I, ad esempio, troviamo menzionati alcuni pianeti così denominati:


 
Stella dell’Est del Cielo (Hur-xuti) MARTE
Stella del Sud del Cielo (Hur-up-set) GIOVE
Stella dell’Ovest del Cielo (Hur-ka-pet) SATURNO
Stella del Nord del Cielo (Sebgu) MERCURIO


Nella concezione egiziana dei “decani” [10], abbiamo:
Marte come signore del primo decano del primo Segno (Ariete), quindi del primo settore Est;
Giove come signore del primo decano del decimo Segno (Capricorno), quindi del Sud;
Saturno come signore del secondo decano del settimo Segno (Bilancia), quindi del tramonto, Ovest;
Mercurio come signore del secondo decano del quarto Segno (Cancro), quindi del Nord.
Ciò, applicato al tondo cosmologico prima raffigurato, dà il seguente schema (Fig. 2):

Figura 2

Figura 2

Come si può vedere il Nilo “scorre” lungo l’asse formato dai pianeti Giove e Mercurio.
Ora, per meglio comprendere, e comunque per allargare, la visione dei riferimenti tradizionali egiziani in rapporto a questi quattro punti, iniziamo col vedere a quali divinità egizie i suddetti astri erano accomunati:


 
MARTE ANHER, dio guerriero, paragonabile all’Ares greco
GIOVE AMON, dio solare
SATURNO GEB, o Ptah; paragonabile all’Efesto greco
MERCURIO THOT, dio lunare



Sappiamo anche che i quattro punti cardinali erano sotto la giurisdizione dei quattro figli di Her, cioè Duamutef, Amsit, Qebensenuf e Hapi, divinità patrone dei vasi canopi, recipienti funerari nei quali venivano conservati i visceri del defunto mummificato, a loro volta protetti da quattro dee, e così ripartiti:


   
Punti cardinali Figli di Her Protetti dalle Dee
EST DUAMUTEF NEITH, dea guerriera paragonabile all’Atena greca
SUD AMSIT AST (Iside)
OVEST OEBENSENUF SELQET, divinità scorpione, dea funeraria ma anche tutelatrice del matrimonio e della prole
NORD HAPI NEBET-HET, la “Signora del Castello”



Anche i venti venivano, a seconda della loro direzione e forza, identificati con i quattro punti cardinali:


 
Divinità del Vento Provenienza
HENKHISESUI raffigurato come uomo con testa di ariete EST
SHEHBUI raffigurato come uomo con testa di leone e con le ali SUD
HUZAINI raffigurato con corpo umano alato e testa di serpente OVEST
QEBUI raffigurato come ariete alato con quattro teste NORD



Già da questi primi accostamenti possiamo vedere come l’Est venga rappresentato da elementi “guerreschi” e comunque di azione, il Sud da elementi “solari”, l’Ovest da elementi “terreni” e comunque legati sia alla morte che alla maternità e procreazione, il Nord da elementi “lunari”.


 
EST – Simboli “guerreschi” MARTE – ANHER, dio guerriero – DUAMUTEF – NEITH, dea guerriera – HENKHISESUI, dalla testa di ariete
SUD – Simboli “solari” GIOVE – AMON, dio solare – AMSIT – ISIDE – SHEHBUI, dalla testa di leone
OVEST – Simboli “terreni” SATURNO – GEB, paragonato a Efesto – QEBEHSENUF – SELKET, dea scorpione – HUZAINI, dalla testa di serpente
NORD – Simboli “lunari” MERCURIO – THOT, dio lunare – HAPI – NEBET-HET, la “notte stellata” – QEBUI, dalle quattro teste, le fasi lunari



Tutto questo ricalca quello che è poi il significato dei settori (o Case) oroscopici Cardinali:


   
CASA UNO EST AZIONE
CASA DIECI SUD REALIZZAZIONE
CASA SETTE OVEST RELAZIONE
CASA QUATTRO NORD PROTEZIONE



Facciamo presente che è nella zona occidentale – per noi la riva sinistra del Nilo – che troviamo la maggior parte dei monumenti sepolcrali, le piramidi, il cui ingresso è sempre sulla facciata rivolta a Nord, cioè al “quarto settore oroscopico/Thot”; ovvio: se il Nilo è dispensatore di vita, allora il defunto, in quanto tale, dovrà risalirlo (cioè andare controcorrente) per tornare all’origine, alle sorgenti, così da mettersi tra le braccia di Khnum, il dio-montone, il “Guardiano delle Sorgenti del Nilo”, che appunto si trovano nel “decano del montone”!


La Sfinge

Foto da: www.amnh.org

Foto da: www.amnh.org

Sempre in tale zona – cioè la riva sinistra del Nilo – troviamo il sito di el-Giza, area necropolica dove si trovano le famose piramidi dei faraoni Kufu (Cheope), Kafra (Chefren) e Menkaura (Micerino), e la grande Sfinge, rivolta con lo sguardo verso Oriente, raffigurante il sole che sorge, Ra-Harakhti, “Horo dei due Orizzonti”, e comunque Hor-em-Akhet, cioè “Horo che è all’orizzonte”.

Dal corpo leonino e dal volto umano, la Sfinge, secondo molti, riunisce in sé i caratteri dell’asse Leone-Acquario; senza lasciarsi andare a voli arditi di fantasia “esoterica”, possiamo qui solo accennare al fatto che tale figura potrebbe invece costruirsi sulle caratteristiche dei Segni Leone-Vergine, trovando quindi la sua “dimora” nel 150esimo grado della fascia zodiacale, punto di incontro tra i suddetti Segni, ciò che investirebbe tale colosso statuario di significati assai profondi, legati all’unione tra la “madre” (Vergine-Iside) e il “figlio” (Leone-Horo), e comunque rappresentare l’uomo intero, l’Uomo-Dio.

A questo proposito, è nota la leggenda di quell’uomo che si sentì chiamare dalla Sfinge perché, passandole accanto, non l’aveva degnata di uno sguardo; al che, il pover’uomo rispose che stava andando a cercare un medico perché il suo bambino era gravemente ammalato.
La Sfinge, allora, disse di portarle il bambino, deporlo tra le sue zampe, e ritornare all’alba del giorno dopo a riprenderlo, cosa che, nonostante la paura e vari timori, fu fatta.
La notte, mentre il bambino solo e al buio piangeva e si lamentava, arrivarono, splendenti, Osiride, Iside e Horo, che toccandolo e accarezzandolo si misero a giocare con lui, mentre il bimbo si divertiva con la sacra frusta di Osiride.
Piacque ciò agli dèi, e sorrisero, e il bimbo, finalmente, si addormentò tranquillo.
Il mattino dopo, il padre, sicuro di trovarlo morto, si avvicinò a lui e, sorpreso, vide che invece era vivo e stava giocando con un laccio di una frusta.
La Sfinge sorrideva, e nel punto dove il piccolo era posto, si vide una piccola nicchia, come se il colosso di pietra avesse leggermente piegata la zampa per proteggere il bambino [11].

Consideriamo che all’interno della Sfinge è custodito un calendario [12], e che la stele in essa rinvenuta (Fig. 3), raffigurante due porte sormontate da due Sfingi, fa della stessa un “Guardiano della Soglia”, un “Guardiano delle Due Porte”, quella Occidentale e quella Orientale, cioè dei due “orizzonti” e comunque delle due componenti dell’uomo, l’anima e il corpo.

Figura 3

Figura 3



Il Cielo dentro le Piramidi

Foto da: www.iltempo.it

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Nello stesso sito ove si trova la Sfinge, la grande piramide di Kufu (Cheope) si erge in tutti i suoi 146,6 metri di maestosità (nella foto: la piramide di Micerino, “La Piramide Divina”, alta 65,5 m.; al centro quella di Chefren, “La Grande Piramide”, 143,5 m.; poi quella di Cheope, “La Piramide che è il luogo dell’alba del tramonto”), perfetta nella pendenza (la cuspide misura 76°), incredibilmente allineata con i quattro punti cardinali (lo scarto è di appena 00°03’33″), custode di conoscenza di alto livello: ad esempio, l’apertura di entrata, sulla facciata Nord, sprofonda all’interno con un’inclinazione di 26°18’10″, pendenza che, alla latitudine del luogo, corrisponde esattamente all’altezza a cui si trovava la stella Thuban, l’alpha Draconis (la “Coda del Drago”), che nel 2830 a.C. (IV dinastia) rappresentava la Stella Polare.

Anche, i templi di Hathor a Denderah e di Mut a Tebe (3500 a.C.) sono orientati con l’asse maggiore nella direzione in cui era visibile la stella gamma Draconis (o Eltanin, la “Testa del Drago”).

Una mappa stellare riprodotta su fattezze umane, si trova nella tomba (n.7 della Valle dei Re) del faraone Ramesse II (XIX dinastia), e durante il suo regno (1301-1235 a.C.) furono determinati i quattro Segni cardinali: Ariete, Cancro, Bilancia, Capricorno.

Nella tomba di Senmut (XVIII dinastia, 1480 a.C.), ministro e capo architetto della regina Hatshepsut, e che si trova a Deir el-Bahri, Tebe occidentale, abbiamo un interessantissimo pannello dipinto con le raffigurazioni di decani, di alcune stelle e pianeti (Fig. 4):

Figura 4

Figura 4

Nella riproduzione, in basso a sinistra, l’uccello con la stella sul capo, ad esempio, è Venere; proseguendo verso destra abbiamo Saturno e Giove in piedi su delle barche; poi troviamo Iside e, accanto, Orione con le tre stelle delta, epsilon e zeta, o Mintaka, Alnilam e Alnitak, cioè le stelle della “Cintura di Orione” (o, popolarmente, “bastone di S.Giuseppe”) che limita a Nord la nebulosa gassosa M42, cosa, questa, che pare vedersi, addirittura, a destra di Orione, in quel riquadro al centro del pannello, il che, sinceramente, dovrebbe farci riflettere prima di chiamare “primitivo” un popolo con siffatte conoscenze astronomiche. Per quanto riguarda i decani, questo sono descritti nelle successive sequenze sulla destra del pannello.

Consideriamo comunque che la presenza di questi “decani” sembra ritrovarsi già in epoca mesopotamica, e precisamente nel cosidetto “Poema della Creazione”, l’“Enuma Elish”, dove si parla si “stazioni” che furono costruite per ogni divinità, fissando così le loro immagini astrali, cioè le Costellazioni.


Nilo Fiume Sacro

Come si vede, ampio è il ventaglio delle testimonianze sulle conoscenze astronomico-matematiche e sulla concezione cosmologica dell’antico popolo della Valle del Nilo, conoscenze che, nonostante si appoggino a esempi “infantili” (l’ammasso di terra tagliato in due dal fiume su cui si innalzano i pilastri che sorreggono la volta celeste), tradiscono un sapere che sembra, come detto, affondare le proprie radici in un passato che sicuramente va oltre il periodo cosidetto “tinita” (I-II dinastia), così come profondi sono i significati che possiamo trarre dal fatto che il fiume sacro trovi le sue sorgenti simboliche nel “decano del montone/decimo settore”, e che comunque svolga il suo corso sull’asse Capricorno/Cancro, almeno se visto, questo, come asse che dalla “Prima Terra” (Capricorno), “Terra di Dio”, porta alla “Terra dell’Uomo” (Cancro, inteso come dominio della “forma”, mondo delle cause): in Capricorno abbiamo il respiro dello Spirito, in Cancro troviamo lo spirito che respira, cioè l’essere divenuto uomo, arrivato alla sua manifestazione fisica.

Ecco che allora il Nilo, da semplice dispensatore di vita per la gente della sua valle, si copre di significati simbolici che racchiudono il mistero della vita, si copre di quegli assunti anche esoterici che lo immettono, lui, fiume sacro, nel novero di quei misteri che travalicano le umane vicende e che si perdono negli spazi siderali, da dove ammicca, con fare sornione, l’Equatore Galattico, unico, vero fiume sacro.


[1] John Martin Plumley, La cosmologia dell’antico Egitto, p. 14, in: Carmen Blacker e Michael Loewe (a cura di), Antiche Cosmologie, Astrolabio, Roma 1978, pp. 11-31.
[2] Giorgio Abetti, Storia dell’Astronomia, Vallecchi, Firenze 1963, p. 28.
[3] Consideriamo che Khnum è anche il nome della divinità dalla testa di montone, signore dell’acqua fredda e della cascata di Assuan, regolatore degli straripamenti del Nilo.
[4] Da notare che nell’ecosistema della Valle del Nilo, le “colline”, cioè quei monticelli di terra fertile che comparivano regolarmente nel fiume quando le acque dell’inondazione si erano ritirate, avevano un ruolo importantissimo in funzione dello sviluppo della vita, sia animale che vegetale.
[5] J. M. Plumley, op.cit., p. 22.
[6] J. M. Plumley, op.cit., pp.23-24.
[7] J. M. Plumley, op.cit., p. 26.
[8] J. M. Plumley, op.cit., p. 31.
[9] Si veda: Sergio Ghivarello, Le origini dell’Astrologia, in: “Linguaggio Astrale” n.35/1979.
[10] In pratica 36 suddivisioni di 10 giorni ciascuna nelle quali era diviso l’anno egizio, ovvero 36 parti del cerchio zodiacale, ognuno sotto la giurisdizione di un determinato astro. Si veda Giulio Firmico Materno (IV secolo d.C.), capitolo 16 del IV libro del De Nativitatibus, sive matheseos libri VIII.
[11] Tratto da: Velia Armuzzi, Realtà e mito della Sfinge, in: “Giornale dei Misteri”, n. 25/1972, Corrado Tedeschi Editore, Firenze.
[12] Calendario relativo all’anno vago. Con il termine “anno vago” si intende un anno di 12 mesi, tutti di 30 giorni, che annoverava poi 5 giorni in più fuori mese, detti “epagomeni”, così da ottenere 365 giorni; ora, essendo più corto di ¼ di giorno dell’anno siderale, quella che era la data di inizio dell’anno, segnalata come detto dal sorgere eliaco di Sirio, ritardava di un giorno ogni 4 anni; dal che l’anno egiziano aveva un inizio mobile rispetto al ciclo delle stagioni: da qui, appunto, il nome di “anno vago”.

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